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Appunti vari, presi qua e la'. In pratica una memoria storica di immagini, voci, concetti.
Ovvero nelle strisce bianche e blu che abbiamo ereditato dai nonni nobili, quelli dell’Andrea Doria, e che gli insopportabili stilisti del calcio ci hanno scippato: ma un giorno le cose torneranno a posto, proprio come è successo quel giorno là. Era il 17 marzo del 1974. Mancavano tre secondi alla fine del derby e l’arbitro aveva già il fischietto in bocca e le gote gonfie come quelle di una rana.
I bibini stavano vincendo per uno a zero. Gol di Derlin, capite. Uno può anche prendere tre pere da Milito e farsene una ragione, è la legge dello sport: ma da Derlin. Comunque i bibini stavano vincendo e facevano la ruota, come si conviene ai tacchini tout court e a quelli rossi e blu in particolare: glu, glu, glu. Pioveva. Faceva freddo. Fu allora che Dio prese le sembianze di Mario Maraschi.
Maraschi aveva 34 anni ed era quasi calvo, aveva un accenno di pancetta, le gambe storte e le borse sotto gli occhi. Era al centro dell’area, a tre secondi dalla fine, perché facendo finta di niente si stava avvicinando agli spogliatoi che allora avevano l’ingresso sotto la gradinata Sud: a casa, confidò più tardi agli intimi, la moglie gli aveva preparato gli ossibuchi. Non vedeva l’ora di sedersi a tavola.
L’ultimo traversone della partita lo intuì. O forse scivolò. O magari qualcuno lo avvertì con un urlaccio, non si è mai saputo di preciso e lui ha sempre preferito restare sul vago. Fatto sta che i calzettoni a strisce bianche e blu di Mario Maraschi si trovarono all’improvviso perfettamente paralleli al terreno di gioco, e al termine dei calzettoni c’erano un paio di scarpini da calcio e il pallone planò esattamente lì. Glu glu glu, facevano i bibini. Glu glu glu.
Maraschi levitò come un medium in trance e ai giornalisti sportivi che più tardi azzardarono la domanda intelligente, «ci racconta l’azione?», provò a spiegare. Che a suggerirgli la rovesciata era stata la tribuna quasi tutta rossoblù, il potere a Genova si è sempre vestito a quarti ma 35 anni fa figuratevi. Il sindaco, il cardinale, il presidente degli industriali, i professionisti, i capataz dell’aristocrazia operaia che già minavano il futuro del porto e delle grandi fabbriche a partecipazione statale. Tutti con il biglietto omaggio e la cravatta scura, anche se era domenica. Con le mogli a casa e le mamme anziane a passeggiare in Castelletto, il turbante in testa e il bastone brandito per pura cattiveria contro gli stinchi dei ragazzini.
Maraschi disse che non aveva mirato il palo opposto ma la spocchia della genovesità, autoreferenziale e mistificatoria. Quella che pretende di avere scoperto l’America e l’acqua calda, che è avara di sé prima ancora che del suo denaro, che si ammira allo specchio perché così è più facile guardare indietro, e non bisogna fare la fatica di rimettersi in gioco.
Maraschi colpì di collo e urlò ai 55.772 spettatori che la più antica squadra di calcio italiana era la Pro Vercelli 1892, come testimoniano i documenti e il sito internet, che il Genoa aveva esordito con la maglia bianca per passare a quella biancoceleste della Lazio e poi aveva cambiato i colori sociali altre due volte, e addirittura il nome, vergogna!, in omaggio al Fascio; che il suo stadio era a Ponte Carrega perché a Marassi giocava l’Andrea Doria e anzi sotto la Nord c’era la mitica Cajenna, che nell’albo d’oro della Lega Calcio il primo scudetto è assegnato al Torino perché il Genoa ha vinto semplicemente la coppa Duca degli Abruzzi e non il titolo nazionale, che Gianni Brera tifava «per le squadre milanesi, naturalmente», come confessò in una memorabile intervista a Prima Comunicazione; e che non ci sono mai state le cinque finali Genoa-Bologna perché la finale fu Bologna-Roma, due a zero e quattro a zero?
Osò tanto, Maraschi? Infierì, aggiungendo che finalmente i genovesi potevano guarire dal complesso di Edipo, prendendo a calci il padre rossoblù con il suo razzismo scambiato per sfottò, «il vostro derby è col Palermo», «benvenuti in Liguria», «Uno scudetto non basta / o doriano terrone?»
Pareggio, fu. Uno a uno, e i Lupi di Mare intuirono allora che sarebbero arrivati Vialli & Mancini e il tricolore, e il record blucerchiato di presenze allo stadio (quanti erano i bibini, con il Lille? Diciassettemila?) mentre tutta la retorica genoana si sarebbe dissolta come la serie A dopo la storia della valigetta. I Lupi di Mare rotolarono sul prato, al gol di Maraschi, mentre stormi di aironi si levavano in volo e in cielo si stagliava il profilo del filosofo cinese Lao Tse: «Quello che per il bibino è la fine del mondo - disse Lao Tse - per il resto del mondo è la Sampdoria». E adesso ridateci i calzettoni a strisce bianche e blu.